Fondo o ETF?

La domanda giusta non è quale costa meno, ma cosa ti resta in mano dopo costi e rischio. Su dieci anni circa il 98% dei fondi attivi rende meno dell'indice: quando un costo più alto è giustificato e quando è solo attrito.

Fondo o ETF? La domanda che conta non è quale dei due costa meno: quello lo sappiamo già. La domanda vera è un’altra — a fine anno, dopo i costi, dopo il rischio, dopo gli alti e bassi del mercato, che cosa ti resta davvero in mano? Perché un prodotto che costa poco può essere una scelta mediocre, e uno che costa molto può essere eccellente. Dipende da cosa ti porta dentro il portafoglio.

In sintesi. Su un orizzonte di dieci anni, circa il 98% dei fondi azionari globali in euro ha reso meno del proprio indice (S&P SPIVA Europe, fine 2025). Non vuol dire che la gestione attiva sia inutile: vuol dire che un costo più alto va dimostrato. Un fondo attivo merita il suo prezzo solo se supera un esame — più rendimento a parità di rischio, lo stesso rendimento con meno rischio, oppure un contributo positivo all’equilibrio del portafoglio. Se non passa nessuno di questi test, il costo in più non è qualità né protezione: è attrito. E l’attrito, nel tempo, si paga.

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anni
% l’anno
con uno strumento efficiente (costo ~0,5% l’anno)

Stima semplificata a scopo informativo: confronta un costo dello 0,5% l’anno (media di un ETF, ESMA 2026) con l’1,9% l’anno (media di un fondo azionario a gestione attiva, ESMA 2026), applicati per capitalizzazione composta allo stesso rendimento lordo. Nella realtà la differenza tende a essere maggiore, perché su dieci anni circa il 98% dei fondi attivi rende meno dell’indice. Non è una consulenza personalizzata.

Fondo o ETF: la domanda giusta non è “quale costa meno”

Che un fondo a gestione attiva costi più di un ETF lo abbiamo già visto in dettaglio quando abbiamo spiegato quanto paghi davvero su un fondo comune: in media circa l’1,9% l’anno contro lo 0,5% di un ETF sullo stesso mercato. Il costo, però, è solo metà della storia. La domanda da adulti non è “questo prodotto costa di più?”, ma: questo costo è giustificato da qualcosa che migliora davvero il mio risultato?

E per risultato non intendo solo il rendimento. Intendo rendimento, rischio, stabilità, coerenza con il resto del portafoglio. In una parola: quello che ti porti a casa davvero, dopo che tutto il resto è passato. Un costo alto non è un difetto in sé — lo diventa quando non compra nulla che valga quella cifra.

Un costo più alto va dimostrato: l’esame in tre punti

La gestione attiva può avere valore. Chi la conosce dall’interno — anni passati a gestire un fondo attivo — sa quanto lavoro, ricerca e disciplina possano esserci dietro una strategia fatta seriamente. Ma proprio per questo sa anche un’altra cosa: quel valore va dimostrato. Non basta una bella brochure, non basta il nome del gestore, non basta un anno andato bene.

Un modo onesto per deciderlo è far superare a ogni fondo attivo un esame semplice. Deve dimostrare almeno una di queste tre cose:

  • Più rendimento a parità di rischio. A fronte dello stesso livello di oscillazione, ti porta a casa di più.
  • Lo stesso rendimento con meno rischio. Arriva allo stesso risultato facendoti dormire meglio la notte.
  • Un contributo positivo all’insieme. Anche se preso da solo sembra meno brillante, rende il portafoglio complessivo più equilibrato.
Il principio. Se un fondo attivo passa almeno uno di questi test, il costo in più è denaro ben speso. Se non ne passa nessuno, quel costo non è consulenza, non è qualità, non è protezione: è solo peso morto che l’interesse composto ti fa pagare caro anno dopo anno.

Quando la gestione attiva merita il prezzo

Quando può superarlo, questo esame? Prima di tutto quando il gestore ha davvero un vantaggio. In teoria il valore di un gestore attivo dipende da due fattori: quanto è bravo e quante decisioni indipendenti riesce a prendere. Detta semplice: serve capacità, ma serve anche spazio per usarla.

Se un gestore fa poche scelte, molto simili all’indice, e per giunta costa tanto, il margine per creare valore è sottile. Se invece lavora in mercati meno efficienti — piccole aziende, certi mercati emergenti, segmenti poco liquidi o poco seguiti dagli analisti — lì le informazioni sono più difficili da interpretare, e un gestore capace può ancora trovare inefficienze reali.

Poi c’è un caso più sottile. Un fondo può avere senso non perché “vince” sempre da solo, ma perché si combina bene con il resto del portafoglio: magari si muove in modo diverso, magari perde meno in certi scenari, magari rende l’insieme più stabile. È il concetto di portafoglio efficiente, detto senza formule: non conta solo quanto corre ogni singolo cavallo, conta come corre tutta la squadra.

Quanti fondi battono davvero l’indice?

Fin qui l’argomento a favore dell’attivo è serio. Il problema è che superare l’esame è molto più raro di quanto venga raccontato. I dati indipendenti che confrontano i fondi con il loro indice di riferimento — la ricerca SPIVA di S&P Dow Jones Indices — dicono una cosa netta.

Circa il 98% sotto l’indice, su dieci anni Su un orizzonte di dieci anni, circa il 98% dei fondi azionari globali in euro ha reso meno del proprio indice di riferimento. E questo dato tiene conto anche dei fondi spariti lungo la strada: quelli chiusi, fusi o dimenticati, che di solito escono silenziosamente dalla memoria commerciale lasciando in vetrina solo i sopravvissuti.
Fonte: S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Scorecard (Year-End 2025).

Due su cento non è “nessuno”: significa che qualcuno ci riesce. Ma vuol dire anche che scegliere in anticipo quel due per cento è tutto tranne che banale — ed è proprio qui che si concentrano i tre argomenti di vendita più diffusi. Vediamoli.

“Ma mi protegge quando il mercato scende”

È l’obiezione più comune: “il mio gestore magari resta indietro quando il mercato sale, però mi protegge quando scende”. A volte è vero. Ma i dati raccontano una storia più scomoda.

Nei ribassi, battono l’indice circa una volta su due Guardando 26 anni di dati, nei mercati in calo i fondi attivi battono il proprio indice all’incirca una volta su due — come il lancio di una moneta. Il punto è che i mercati salgono molto più spesso di quanto scendano: se nelle salite resti sistematicamente indietro per via dei costi, e nelle discese proteggi solo una volta su due, il saldo nel tempo diventa negativo.
Fonte: Morningstar, Active/Passive Barometer (serie storica su circa 26 anni).

La protezione promessa, in media, non compensa il terreno perso quando le cose vanno bene. E le cose, per fortuna, sui mercati azionari vanno bene la maggior parte del tempo.

Il mito del campione: il primo di oggi è il primo di domani?

Terzo argomento: “scelgo il fondo arrivato primo e ho risolto”. Sembra logico. I dati sulla persistenza, però, raccontano altro: il vincitore di ieri, molto spesso, non è il vincitore di domani.

Solo circa il 6% resta stabilmente in testa In Europa, tra i fondi nel quarto migliore (il “primo quartile”) a fine 2020, quattro anni dopo praticamente nessuno era rimasto stabilmente in vetta. Solo circa il 6% è riuscito a restare anche solo nella metà migliore lungo cinque anni. La classifica di un anno, insomma, non è una bussola per l’anno dopo.
Fonte: S&P Dow Jones Indices, SPIVA Persistence Scorecard (Europa).
Cosa cambia se lo sai. Nessuno di questi tre argomenti va preso come una condanna della gestione attiva: vanno presi come un filtro. Ti aiutano a distinguere il fondo che merita davvero il suo prezzo da quello che vende una storia. La differenza non la fa il nome sulla brochure: la fanno i numeri, dopo i costi.

Cosa ti porti a casa: il metro giusto

Quindi qual è il punto? Non è scegliere l’ETF perché costa poco. E non è scegliere il fondo attivo perché promette competenza. Il punto è usare il metro giusto: dopo i costi, dopo il rischio, dopo gli anni buoni e quelli difficili, cosa resta davvero a te.

Se un fondo attivo porta più rendimento a parità di rischio, ha senso. Se porta lo stesso rendimento con meno oscillazioni, ha senso. Se migliora l’equilibrio del portafoglio complessivo, ha senso. Se non fa nessuna di queste tre cose, allora il costo più alto è solo attrito — e l’attrito, nel tempo, si paga. Lo stesso interesse composto che dovrebbe far crescere i tuoi soldi, quando i costi sono alti lavora contro di te. Abbiamo mostrato con i numeri come i costi erodono i rendimenti nel tempo: la stessa meccanica vale, identica, nella scelta tra fondo ed ETF.

Pagare meno o pagare meglio?

Il portafoglio non è una collezione di strumenti: è un sistema, e ogni pezzo deve avere un compito. A volte quel compito lo svolge meglio un ETF semplice, efficiente, trasparente. A volte può svolgerlo un fondo attivo vero, in un’area dove la gestione attiva ha ancora spazio per creare valore. Spesso, invece, si tratta solo di un prodotto costoso vestito bene, costruito più per essere venduto che per servire il tuo piano.

Cosa cambia con uno sguardo indipendente. Un consulente fee-only lavora a parcella concordata, pagata solo da te: non colloca prodotti, non percepisce retrocessioni, non movimenta i tuoi conti. Questo cambia il punto di osservazione — non deve portarti verso lo strumento che remunera di più lui, ma aiutarti a vedere quale strumento merita davvero un posto nel tuo portafoglio. È lo stesso principio che distingue il consiglio pagato da te dal prodotto collocato dalla rete.

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Domande frequenti

Conviene di più un fondo a gestione attiva o un ETF?

Dipende da cosa ti resta dopo costi e rischio. Un fondo attivo conviene solo se supera un esame: più rendimento a parità di rischio, lo stesso rendimento con meno rischio, oppure un contributo positivo all’equilibrio del portafoglio. I dati indipendenti (S&P SPIVA Europe, fine 2025) mostrano che su dieci anni circa il 98% dei fondi azionari globali in euro ha reso meno del proprio indice: superare quell’esame è possibile, ma raro.

Quanti fondi attivi battono davvero l’indice?

Su un orizzonte di dieci anni, circa il 2% dei fondi azionari globali in euro ha battuto il proprio indice di riferimento: il restante 98% circa ha reso meno (S&P SPIVA Europe, Year-End 2025). Il dato considera anche i fondi chiusi o fusi lungo il periodo, quindi non è “gonfiato” dai soli sopravvissuti.

I fondi attivi proteggono di più quando il mercato scende?

In media meno di quanto si creda. Guardando circa 26 anni di dati (Morningstar), nei mercati in calo i fondi attivi battono l’indice all’incirca una volta su due. Poiché però i mercati salgono più spesso di quanto scendano, e nelle salite i fondi attivi tendono a restare indietro per via dei costi, il saldo nel tempo tende a essere negativo.

Posso scegliere semplicemente il fondo arrivato primo?

La classifica di un anno è una guida debole per l’anno dopo. Secondo i dati sulla persistenza (S&P SPIVA Persistence, Europa), tra i fondi nel quartile migliore a fine 2020 quasi nessuno era ancora stabilmente in testa quattro anni dopo, e solo circa il 6% è rimasto anche solo nella metà migliore lungo cinque anni. Il vincitore di ieri, spesso, non è il vincitore di domani.

Quando ha senso pagare di più per un fondo a gestione attiva?

Quando il gestore ha un vantaggio reale e lo spazio per usarlo: tipicamente in mercati meno efficienti (piccole aziende, mercati emergenti, segmenti poco seguiti), dove le informazioni sono più difficili da interpretare. Oppure quando il fondo migliora l’equilibrio del portafoglio complessivo, muovendosi in modo diverso dal resto. In entrambi i casi il valore va dimostrato con i numeri, non promesso con una brochure.

ETF o fondo attivo: quale scegliere per il mio portafoglio?

Non è una scelta ideologica. Conta cosa ti porti a casa dopo costi e rischio. A volte la risposta è un ETF semplice ed efficiente; a volte un fondo attivo vero, in un’area dove la gestione attiva ha ancora spazio; spesso è un prodotto costoso costruito per essere venduto. Serve valutare ogni strumento con lo stesso metro e assegnargli un compito preciso dentro il portafoglio.

Cosa cambia affidarsi a un consulente indipendente nella scelta?

Un consulente finanziario indipendente fee-only lavora solo a parcella, non colloca prodotti e non percepisce retrocessioni. Non ha quindi interesse a indirizzarti verso lo strumento che remunera di più lui: il suo unico riferimento è quale strumento merita un posto nel tuo portafoglio, sia esso un ETF o un fondo attivo. È la differenza tra un consiglio pagato da te e un prodotto venduto a te.

Alessandro Cocciola
Alessandro Cocciola
Certified Financial Planner (CFP®) e SE-AWMA® · Fondatore di Carma Advisory SCF · Consulente finanziario indipendente fee-only
Carma Advisory SCF S.r.l. — iscritta alla sezione SCF dell’Albo unico dei consulenti finanziari con delibera OCF n° 2767 del 09/07/2025 — opera esclusivamente in regime fee-only e non percepisce retrocessioni. Questo articolo ha finalità informativa ed educativa: non costituisce consulenza finanziaria personalizzata né sollecitazione all’investimento. I dati citati sono aggiornati alla data di pubblicazione e provengono da fonti pubbliche (S&P Dow Jones Indices – SPIVA, Morningstar, ESMA).

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